Anche la persona con l’handicap molto grave prova emozioni. Lì non ci sono disabilità. Li vediamo gioire, rattristarsi, innamorarsi. Come tutti.

Le emozioni sono il frutto di esperienze e il rischio che corre una persona disabile è che, oltre alle limitazioni oggettive causate dall’handicap, si sovrappongano anche limitazioni date dall’ambiente.

Per questo, dove ho lavorato (userò il termine generico di CENTRO), ho sempre portato una riflessione sulla gestione della quotidianità degli utenti della struttura che li accoglieva. Riflessione che potesse portare a concretizzare dei progetti che mettessero in rilievo gli elementi di vita “normale”.  Con ciò  volevo sottolineare come molte delle attività che si svolgono nei Centri di persone disabili, hanno come riferimento termini quali cura, riabilitazione, terapia (arteterapia, musicoterapia, danzoterapia, ippoterapia….). Questo connota la persona disabile prevalentemente nelle sue parti mancanti e ancor più, rischia di connotare i Centri,  prevalentemente come luogo di cura. L’irrigidimento di questa concezione ci fa vivere una sorta di schizofrenia: il luogo della cura e delle attività non è il luogo dell’emotività e dell’affettività. Ma questi Centri sono il posto dove il disabile può passare un numero di anni davvero considerevole. A VOLTE TUTTA LA VITA.

E’ il posto che, per le caratteristiche dell’utenza, non prevede sbocchi, non prevede un dopo. Questo ci pone degli interrogativi  inquietanti. Siamo abituati a concepire l’educazione, le tappe evolutive, organizzate in sequenze lineari, in sequenze che prevedono un dopo ( per es. scuola materna, elementare, media, superiore, lavoro, famiglia, figli…) e prendere atto che per la persona con handicap il dopo non è una dimensione definita, ci costringe a riflettere sul senso stesso del nostro operare. Essere consapevoli di queste limitazioni ci consente, sembra paradossale, di essere ancora più mirati ed efficaci nei nostri interventi. Concepire i Centri come fabbriche di esperienze, significa poter cogliere tutte le opportunità dell’adesso, del qui ed ora. Significa cogliere che un importante fattore aggravante del deficit psichico o fisico già presente, risiede nella notevole deprivazione d’esperienze che generalmente caratterizza la vita di un disabile. Esperienze che ognuno di noi matura nelle varie aree di sviluppo, relazionale, affettiva, sessuale, lavorativa…e che determineranno il nostro modo di strutturare il tempo delle nostre giornate (isolamento, rituali, passatempi, attività, intimità).